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Niente velo islamico per la lavoratrice musulmana, per la Corte di Giustizia non è discriminazione

La norma del regolamento interno di un’impresa che vieta di indossare segni visibili di convinzioni politiche, filosofiche o religiose non costituisce una discriminazione. La volontà del datore di lavoro di adottare una politica di neutralità è del tutto legittima e non viola il principio di parità di trattamento.

Lo ha sancito la Corte di Giustizia con sentenza del 14 marzo 2017, causa C-157/15 (EU:C:2017:203 E 204, C-157 E 188/15).

 

Il caso. Un’impresa fornitrice di servizi di ricevimento e accoglienza a clienti, sia del settore pubblico che privato, assumeva una lavoratrice musulmana come receptionist. In virtù di una regola, non scritta, interna all’azienda essa non poteva indossare il velo islamico sul luogo di lavoro.
Informato il datore di lavoro della sua volontà di volerlo indossare, quest’ultimo, in risposta, approvava una modifica del regolamento interno che sanciva il «divieto ai dipendenti di indossare sul luogo di lavoro segni visibili delle loro convinzioni politiche, filosofiche o religiose e/o manifestare qualsiasi rituale che ne derivi».
Nel 2006, a causa del suo perseverare nella volontà di indossare il velo, la lavoratrice veniva licenziata.

 

Nessuna discriminazione della norma interna all’impresa che vieta il velo islamico ai suoi dipendenti. La Corte di Giustizia rileva che la norma del regolamento interno dell’impresa riferendosi al fatto di indossare segni visibili di convinzioni politiche, filosofiche o religiose, tratta in maniera identica tutti i dipendenti, imponendo loro, indiscriminatamente, una neutralità di abbigliamento. Pertanto, non può dirsi violato il principio di parità di trattamento.
La volontà del datore di lavoro di mostrare ai suoi clienti un’immagine di neutralità è del tutto legittima e il divieto di indossare segni di convinzioni politiche, filosofiche o religiose è idoneo ad assicurare la corretta applicazione di tale politica aziendale.
La Corte di Giustizia afferma che il divieto di indossare un velo islamico, derivate da una norma interna ad un’impresa privata, non costituisce una discriminazione diretta fondata sulla religione o sulle convinzioni personali. Tuttavia, il divieto potrebbe al massimo integrare una discriminazione indiretta ma solo qualora si dimostri che l’obbligo apparentemente neutro comporti, invece, un particolare svantaggio per le persone appartenenti ad una determinata religione.

 

Fonte: dirittoegiustizia.it

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