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Sulla rilevanza dell’anzianità acquisita presso il cedente

L’art. 3 della Direttiva 2001/23/CE, in materia di mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso di trasferimenti di imprese, di stabilimenti o di parti di imprese o di stabilimenti, dev’essere interpretato nel senso che, in circostanze come quelle del procedimento principale, il cessionario deve includere, all’atto del licenziamento di un lavoratore ad oltre un anno dal trasferimento dell’impresa, nel calcolo dell’anzianità del lavoratore rilevante ai fini della determinazione del preavviso al medesimo spettante, l’anzianità da questi acquisita presso il cedente.

È quanto ribadito dalla Corte di Giustizia UE con sentenza depositata il 6 aprile 2017, nella decisione sulla causa C-336/15.

 

La ratio della Direttiva, difatti, è tutelare e mantenere i diritti dei lavoratori in caso di trasferimenti di azienda o dei suoi rami: il cessionario deve poter effettuare i cambiamenti e gli adeguamenti necessari alla continuazione dell’attività, senza che essi si traducano in condizioni di lavoro meno favorevoli rispetto alla precedente gestione. L’anzianità, che di per sé non è un diritto del lavoratore, è sottesa a molti di essi (quali stipendio, TFR e pensione): è necessario, quindi, considerare anche l’anzianità pregressa per non porre l’interessato in tale posizione svantaggiosa.

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