Giurisprudenza commentata

Contratto di lavoro (solo) formalmente autonomo: qual è la sorte del compenso pattuito ab origine?

29 Novembre 2021 |

Cass., sez. lav.

Lavoro autonomo

Sommario

Massima | Il caso | La questione | La soluzione della Corte | Osservazioni |

Massima

Nel rapporto di lavoro che sia stato qualificato ab origine come autonomo, successivamente convertito ope iudicis in lavoro subordinato, non opera il principio di irriducibilità della retribuzione, sancito dall'art. 2103 c.c., sicché è esclusa la conservazione del trattamento economico inizialmente pattuito dalle parti, potendo essere applicato solo il trattamento retributivo stabilito nel C.C.N.L.  con riferimento all'inquadramento professionale riconosciuto. 

Il caso

La Corte di Appello di Venezia, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Verona, aveva accolto la domanda della lavoratrice di pagamento di differenze retributive per il periodo in cui aveva svolto attività lavorativa presso la Fondazione-datrice in esecuzione di un contratto di somministrazione. Dato atto della sequenza cronologica dei contratti (a termine, a progetto, in somministrazione) concernenti le parti sin da giugno 2000 e del riconoscimento di una determinata retribuzione, in esecuzione di una precedente sentenza del Tribunale di Verona passata in giudicato che aveva dichiarato nullo il primo contratto a termine, secondo Corte territoriale la retribuzione percepita dalla lavoratrice durante i contratti a progetto, ed eccedente i minimi contrattuali, doveva configurarsi quale superminimo assorbibile con i successivi aumenti salariali. Ne conseguiva l'applicabilità del principio di irriducibilità della retribuzione e, in assenza di prova sulla ricorrenza di un errore essenziale e riconoscibile concernente la maggiore retribuzione, doveva essere riconosciuto il diritto della lavoratrice alla conservazione della retribuzione precedentemente percepita.

 

Contro la sentenza la datrice proponeva ricorso in Cassazione fondato su tre motivi. In particolare, con il primo motivo veniva asserita la violazione del giudicato esterno: la sentenza (passata in giudicato) del Tribunale di Verona del 2021, dichiarando nullo il primo contratto a tempo determinato stipulato tra le parti, aveva accertato la sussistenza di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato "con inquadramento contrattuale nelle categorie professionali riconosciute nei contratti di lavoro succedutisi nel corso del rapporto", con conseguente riconoscimento, pro tempore, degli inquadramenti e delle relative retribuzioni erogate, che  prevedevano - con riguardo all'ultimo contratto stipulato tra le parti – un compenso inferiore a quello riconosciuto dalla Corte veneziana.

La questione

È legittima la pretesa di conservazione del trattamento retributivo pattuito tra le parti nell'ambito di un rapporto di lavoro autonomo rispetto al quale sia stata in seguito giudizialmente accertata la natura subordinata?

La soluzione della Corte

La Corte di Cassazione ha accolto il primo motivo di ricorso. In ordine alla censura relativa alla sussistenza di un giudicato esterno, la domanda della lavoratrice nell'ambito del giudizio concluso con la sentenza definitiva del Tribunale di Verona aveva  avuto ad oggetto l'accertamento della illegittimità, inefficacia e/o nullità, in via principale, del primo contratto di lavoro a termine e dei successivi, con accertamento di un rapporto di lavoro subordinato a tempo pieno e indeterminato sin dalla prima stipula negoziale, chiedendo anche uno specifico inquadramento professionale. La sentenza del Tribunale di Verona aveva dichiarato la nullità del termine apposto al contratto e l'instaurazione, da tale data, di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato. La sentenza impugnata aveva, invece, statuito in ordine alle differenze retributive maturate in relazione a rapporti di lavoro che si stavano dipanando durante la pendenza del primo giudizio nonché in esecuzione della sua statuizione, con conseguente diversità di petitum e di causa petendi rispetto al ricorso oggetto del precedente giudicato. La domanda di liquidazione delle differenze retributive maturate nel corso di alcuni contratti di lavoro - pretesa avanzata nel primo giudizio - si fondava sullo svolgimento di mansioni superiori, mentre l'attuale domanda di condanna, oltre a concernere periodi non considerati nella precedente sentenza, invocava il diverso principio della irriducibilità della retribuzione di cui all'art. 2103 c.c.

 

In ordine alla censura relativa al principio prefato, la Corte ha rammentato che il lavoratore adibito a mansioni equivalenti conserva tutti i compensi remunerativi della professionalità con esclusione delle sole erogazioni connesse a determinate condizioni di svolgimento della prestazione. Evidenziato come il principio della irriducibilità della retribuzione rappresenti un aspetto del complesso e articolato apparato protettivo che il Legislatore ha istituito a garanzia del lavoratore subordinato, la Corte ne ha escluso l'applicazione al compenso pattuito dalle parti in relazione ad un rapporto di lavoro qualificato come autonomo. Tale corrispettivo, infatti, deve intendersi destinato - per concorde volontà delle stesse parti - a compensare integralmente l'opera prestata. Non rilevante è stato ritenuto il sopravvenuto accertamento giudiziale circa la natura subordinata del medesimo rapporto di lavoro originariamente qualificato come autonomo, da ciò derivando piuttosto il diritto del lavoratore al trattamento economico previsto nel C.C.N.L. applicato, senza che ciò possa influenzare ex post l'originaria intenzione delle parti.

 

Alla luce di quanto sopra, considerata la diversità degli schemi negoziali del lavoro subordinato e del lavoro autonomo, il principio di irriducibilità della retribuzione avrebbe potuto operare solo in presenza di un accordo sulla retribuzione concluso all'interno di un rapporto di lavoro legittimo, qualificato fin dall'inizio come subordinato. Nel rapporto che sia stato qualificato ab origine come autonomo, poi convertito ope iudicis in lavoro subordinato, il diritto del lavoratore alla retribuzione trae origine esclusivamente dalla previsione del contratto collettivo di categoria in relazione al livello riconosciuto, ma non più dal contratto individuale formalmente intercorso tra le parti, sebbene il trattamento corrisposto di fatto, se più favorevole, possa essere mantenuto, sostituendosi a quello contrattuale.

 

Nel caso esaminato, la Corte territoriale non si era limitata alla verifica del rispetto dei trattamenti minimi retributivi garantiti dal contratto collettivo in relazione alla categoria riconosciuta, ma aveva erroneamente estero al compenso pattuito dalle parti, nell'ambito di un rapporto di lavoro autonomo, la disciplina applicabile solo al diverso schema negoziale del lavoro subordinato.

 

La sentenza è stata pertanto cassata con rinvio.

Osservazioni

La vicenda in esame vede la stipulazione, tra le medesime parti, di una serie di contratti (a termine, poi interinali, poi a progetto e, infine, di somministrazione) dei quali il primo era stato oggetto di una prima sentenza del Tribunale di Verona, dichiarativa della nullità del termine apposto al negozio.

 

La retribuzione della lavoratrice aveva subito una riduzione nel susseguirsi dei rapporti contrattuali, con conseguente ricorso in giudizio finalizzato al riconoscimento delle differenze retributive maturate. Ad avviso della Corte di appello il surplus retributivo – eccedente i minimi contrattuali – doveva configurarsi come un superminimo assorbibile. Tale conclusione non è stata condivisa dal giudice di legittimità che, in ragione della strutturale diversità esistente tra il rapporto di lavoro autonomo, instaurato inizialmente tra le parti, e quello di natura subordinata, ha escluso l'operatività per il primo delle regole proprie del secondo, giustificate dall'eterodirezione.

 

L'iter motivazionale della sentenza, tuttavia, non risulta immediatamente persuasivo, in quanto sembra non tenere conto di un elemento che la stessa Corte di Cassazione ha affermato nella sua giurisprudenza: l'efficacia ex tunc della sentenza che dichiara la nullità del termine apposto al contratto di lavoro.

 

Nel caso di sequenza di contratti a termine stipulati in contrasto con le previsioni di Legge che lo disciplinano, se il primo contratto della serie viene dichiarato illegittimo, con conseguente trasformazione del rapporto di lavoro a termine in rapporto a tempo indeterminato, la stipulazione degli altri contratti a termine non incide sulla già intervenuta trasformazione del rapporto, salva la prova di una novazione ovvero di una risoluzione anche tacita del medesimo (Cass. n. 17765/2015 e n. 903/2014).

 

Ne consegue che, una volta accertata con sentenza passata in giudicato la sussistenza, a decorrere dal primo negozio, di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato tra le parti, ogni successiva stipulazione intervenuta medio tempore non potrebbe incidere su detto accertamento. Analogamente ove venga accertata la sostanziale natura subordinata del rapporto di lavoro.

 

Nel caso di specie la Corte non sembra pienamente riconoscere efficacia retroattiva alla sentenza pronunciata nel 2012 dal Tribunale veronese: ritenuto non applicabile l'art. 2103 c.c., è stata anche superata la configurazione operata dal giudice di appello circa la parte di retribuzione eccedente i minimi contrattuali, evidenziando come il quantum pattuito inizialmente dovesse intendersi, alla luce dell'autonomia del rapporto di lavoro, come destinato a retribuire l'intera opera prestata. Tale ultimo punto, tuttavia, non chiarisce la conclusione circa il mancato riconoscimento delle differenze retributive ma, piuttosto, esclude meramente l'operativa della presunzione di non conglobamento, ossia della riconduzione degli emolumenti percepiti alla sola prestazione lavorativa e non anche ad ulteriori elementi aventi titolo nella Legge o nel contratto, ad esempio la tredicesima.

 

L'accertamento garantirebbe, secondo la decisione in esame, l'applicazione del CCNL, ponendo nel nulla solo il termine illegittimamente apposto al contratto, senza tuttavia “influenzare - ex post - l'originaria intenzione delle parti”circa la destinazione del compenso pattuito. L'irriducibilità della retribuzione, pertanto, verrebbe de facto subordinata alla manifestazione di volontà delle parti in merito alla qualificazione del rapporto, nonostante l'accertamento giudiziale circa la subordinazione del lavoratore solo formalmente autonomo. La soluzione, come detto sopra, non convince.

 

La Corte di appello, dopo aver verificato il rispetto dei trattamenti minimi retributivi garantiti dal contratto collettivo, in relazione alla categoria riconosciuta alla lavoratrice, aveva qualificato come superminimo l'eccedenza, non anche ritenuto dovuti emolumenti ulteriori, ergo senza presumere il non conglobamento. La motivazione del giudice di legittimità, al fine di demolire tale tesi, è stata fondata su alcuni precedenti della medesima Corte che, tuttavia, non sembrano perfettamente aderenti al caso trattato, tenuto conto della domanda della ricorrente, recte le differenze retributive dovute ad una riduzione del compenso nel susseguirsi dei contratti con la medesima datrice.

 

La sentenza n. 46/2017, ad esempio, tratta il caso di un lavoratore autonomo che si era visto riconoscere la natura subordinata del rapporto e aveva rivendicato il diritto alla percezione delle tredicesime mensilità calcolate sulla retribuzione mensile concordata nell'ambito del rapporto autonomo. In tale fattispecie è stato evidenziato come la condizione di validità formale di un patto di conglobamento (rectius indicazione degli specifici titoli cui è riferibile la prestazione patrimoniale complessiva) poteva logicamente essere riferita solo al caso di un accordo sulla retribuzione concluso all'interno di un rapporto di lavoro legittimo, qualificato fin dall'inizio come subordinato, ma non anche nel caso in cui il rapporto fosse stato qualificato ab origine come autonomo ed in seguito convertito ope iudicis in lavoro subordinato. Pertanto il diritto del lavoratore alla retribuzione traeva origine esclusivamente dalla previsione del contratto collettivo di categoria in relazione al livello riconosciuto, e non più dal contratto individuale formalmente intercorso tra le parti. In quel caso, così come in quello in esame, è stato preso in considerazione il solo criterio dell'assorbimento, con conseguenze differenti. Nella sentenza n. 46/2017,l'accento è stato posto sul "trattamento globale più favorevole" tra quello di fatto goduto e quello spettante sulla base dei minimi contrattuali, con conseguente imputazione alle competenze indirette degli emolumenti eccedenti i primi. Si precisava che suddetto criterio poteva “porre la necessità di operare soltanto un raffronto, per la differente qualificazione delle voci di compenso, fra il percepito e il dovuto, globalmente inteso, senza che sia concepibile un controllo sui differenti titoli”. In altri termini, non era possibile escludere che il compenso stabilito inizialmente includesse anche emolumenti a diverso titolo (es. tredicesime mensilità).  Il trattamento corrisposto di fatto, se più favorevole, doveva sostituirsi in toto a quello contrattuale, escludendosi (solo) il diritto ad una applicazione cumulativa dei benefici rispettivamente previsti dal contratto individuale e dalla disciplina negoziale collettiva (cfr. Cass. n. 6681/2019). Ciò veniva esteso anche alla particolare ipotesi di accertamento della natura subordinata di rapporto di lavoro solo formalmente autonomo, tenuto conto che la diversa qualificazione può essere frutto di un mero errore ovvero derivare anche dalla volontà dei contraenti di usufruire di una normativa specifica, o di eluderla (cfr. Cass. n. 18561/2014; Cass. 17455/2009).

 

La Corte, nel caso esaminato, ha invece posto l'accento sulle peculiarità distintive del rapporto di lavoro subordinato, ritenendo non estensibili le garanzie per esso previste al caso di accertamento ex post e ope iudicis dell'eterodirezione,con la conseguenza che, da un lato, veniva esclusa la possibilità per il lavoratore di fondare la propria pretesa sul contratto individuale ab origine stipulato e, dall'altro, veniva dato rilievo proprio a quella inziale qualificazione del rapporto operata dai contraenti e rivelatesi meramente formale.

 

Tenuto conto delle peculiarità della vicenda esaminata, l'attenzione avrebbe potuto porsi – confermando la necessità dell'annullamento con rinvio – sulla possibile efficacia novativa delle modifiche contrattuali susseguitesi. Accertata, infatti, la subordinazione del lavoratore con efficacia ex tunc, l'intervenuta modifica in peius del trattamento retributivo – pur rimanendo immutate le mansioni svolte – avrebbe potuto costituire manifestazione della volontà di novare il contratto di lavoro (fatte salve le possibili discussioni circa la sufficienza, ai fini del requisito dell'aliquid novi, del mutamento della sola retribuzione).

 

 

Per approfondire

S. Galleano, Conversione del rapporto da autonomo a subordinato: conseguenze sul trattamento retributivo, 1 Ottobre 2021, RivistaLabor.it;

D. Satta Mazzone, Conversione in rapporto di lavoro subordinato: quando non opera il principio di irriducibilità della retribuzione? in Diritto & Giustizia, fasc.166, 2021, pag. 8.

Leggi dopo