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Focus su Pensioni

Il danno pensionistico da omissione contributiva

02 Novembre 2017 | di Giovanni Mimmo

Pensioni

L’art. 13 della legge 12 agosto 1962, n. 1338 prevede una specifica forma di risarcimento che consente al datore di lavoro che ha omesso il versamento di contributi previdenziali ormai prescritti di rimuovere il vuoto contributivo mediante il versamento di una riserva matematica produttiva di una rendita vitalizia, con effetti equivalenti alla contribuzione mancante; la costituzione della riserva matematica può essere operata dallo stesso lavoratore interessato, il quale poi potrà rivalersi nei confronti del datore di lavoro. L'Autore del presente articolo, dopo aver descritto l'obbligo di versamento dei contributi previdenziali e relativo periodo di prescrizione, presenta le azioni esperibili dal lavoratore in caso di omesso versamento dei suddetti contributi.

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L’azione di ripetizione di indebito in materia pensionistica

14 Giugno 2017 | di Domenico Mesiti

Art. 52 legge 9 marzo 1989, n. 88

Pensioni

La disciplina dell’indebito pensionistico previdenziale è stata oggetto di diversi e differenti interventi normativi attraverso i quali, nel corso del tempo, il legislatore ha provveduto a disciplinare la fattispecie in relazione alla sensibilità ed alle conseguenze economiche e sociali che il fenomeno riguardante il pagamento di trattamenti di quiescenza totalmente o in parte non dovute aveva mediamente provocato. La regola generale è contenuta nell’art. 52 della legge 9 marzo 1989, n. 88 per come autenticamente interpretata dall’art. 13 della legge 30 dicembre 1991, n. 412. Detta regola, tuttavia, nel corso del tempo è stata momentaneamente ampliata attraverso l’introduzione di due “sanatorie” con le quali, in relazione alle esigenze economico-sociali del momento, il legislatore, prendendo atto di disfunzioni gestionali degli Enti previdenziali, ha cercato di evitare il verificarsi di conseguenze deleterie per i pensionati che, incolpevolmente, avevano erroneamente ricevuto somme di denaro non dovute.

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L’incentivazione alla prosecuzione del rapporto di lavoro fino a settant’anni dopo la sentenza della Cassazione a Sezioni Unite

05 Novembre 2015 | di Marianna Russo

Pensioni

L’art. 24,comma 4, d.l. n. 201/2011, conv. in l. n. 214/2011 incentiva i lavoratori a prestare la propria attività fino al compimento dei settanta anni di età. Tale disposizione è al centro di un vivace dibattito dottrinale e di un elevato contenzioso giurisprudenziale in quanto solleva numerosi interrogativi sulle finalità degli incentivi, l’ambito di applicazione soggettivo e le modalità di esercizio, nonché sulle tutele in caso di licenziamento, comportando notevoli ripercussioni non solo sul sistema previdenziale, ma anche sulla corretta gestione dei rapporti di lavoro.

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Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione dicono no al diritto di proseguire il rapporto di lavoro fino a 70 anni

30 Settembre 2015 | di Massimo T. Goffredo, Francesco Bedon

Pensioni

Le Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione il 4 settembre 2015, con la sentenza n. 17589/2015, si sono pronunciate sulla contrapposizione giurisprudenziale sorta in merito all’interpretazione dell’art. 24 comma 4 del D.L. n. 201/2011, convertito dalla L. n. 214/2011, ed in particolare sul dibattito esegetico circa l’introduzione o meno, da parte del Legislatore, di un diritto potestativo a favore dei lavoratori subordinati a proseguire il rapporto di lavoro fino ai 70 anni di età unitamente alla tutela contro i licenziamenti illegittimi ex art. 18 L. n. 300/1970, negando il diritto per il lavoratore di rimanere in servizio fino al compimento del settantesimo anno di età. L’articolo, dopo aver analizzato i contrapposti orientamenti della giurisprudenza di merito sul tema che hanno reso necessario un pronunciamento delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, si sofferma sulla decisione della Suprema Corte e sulle immediate conseguenze di tale sentenza per lavoratori e aziende.

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La richiesta amministrativa di rivalutazione contributiva come presupposto per la proponibilità della domanda giudiziale

22 Ottobre 2014 | di Marco Sartori

Pensioni

Con la pronunzia n. 21971/2014, la Cassazione ha statuito che la domanda giudiziale di rivalutazione contributiva per esposizione all’amianto deve essere preceduta, a pena di improponibilità, dalla presentazione dell’istanza amministrativa all’ente tenuto all’erogazione della prestazione previdenziale. Sotto altro profilo, tale domanda giudiziale costituisce situazione giuridica dotata di una sua precisa inscindibilità e autonomia, da cui consegue l’applicabilità del regime della decadenza ex art. 47 D.P.R. 639/1970.

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